 
|

* Superficie vitata nel 1990 circa 6.000 ettari
Vitigno d’origine francese, di solito assemblato e messo in secondo piano dal più diffuso Cabernet Sauvignon.
Matura in un clima molto più fresco del Cabernet Sauvignon e il suo profumo tipico ricorda i trucioli di matita.
Il vino ottenuto da questa varietà ha generalmente colore un po’ più chiaro ed è meno tannico del fratello Cabernet Sauvignon.
Si presenta come vino di corpo che varia da medio a leggero, con frutto più immediato del fratello maggiore e parte degli aromi erbacei evidenti nei cabernet sauvignon acerbi. Morfologicamente sono molti simili anche se presenta delle foglie meno dentate, le due varietà hanno delle caratteristiche comuni così marcate che ciò fa presupporre che il Franc sia una mutazione riuscita del Sauvignon adattata alle condizioni climatiche più fredde e umide.
Solidamente radicato in Italia in particolare modo nel Nord-Est dove le alte rese per vitigno danno come risultato aromi troppo erbacei e mancanza di frutto.
Nella zona del Franciacorta è la base per la varietà Terre di Franciacorta Rosso in uvaggio con Nebbiolo, Merlot e Barbera.
I risultati sono senza ombra di dubbio all’altezza dei cugini francesi.
|
 
|

Vitigno di probabile origine piemontese che contende il primato al Sangiovese come bacca scura più piantata in Italia. Nel 1990 gli ettari vitati a Barbera erano 50.000, è stata largamente esportata in particolar modo nelle Americhe.
L’uva Barbera matura relativamente tardi, fino a due settimane dopo l’altra uva nera “minore” del Piemonte, il Dolcetto, ma prima del sontuoso Nebbiolo. La sua caratteristica principale è l’elevato livello d’acidità naturale anche quando è pienamente matura, cosa che
l' ha resa popolare nelle regioni con climi più caldi.
La varietà si è adattata da tempo così bene in tutta Italia da aver sviluppato diverse sottospecie regionali. I vini prodotti nelle diverse località in cui è piantato, di solito relativamente poco tannici e con forte acidità, possono essere leggeri, asprigni e fragranti, un’essenza di frizzante giovinezza o prodotti intensi e potenti da invecchiare a lungo, spesso risultato dell’affinamento in rovere. Il legno nuovo, introdotto da Bologna nel Bricco dell’
Uccellone, conferisce un tocco speziato agli aromi alquanto neutri dell’uva e i tannini del rovere ne smorzano l’acidità.
Alcuni dei vini migliori provengono dalle colline immediatamente a Nord e a Sud d’Alba e Monforte d’Alba nella zona del Barbera d’Alba e dalla zona che va da Nizza Monferrato a Nord-Ovest verso Vinchio, Belveglio e Rocchetta Tanaro, nei vigneti del Barbera d’Asti. Il Barbera è prevalente in Lombardia, nell’Oltrepò Pavese, dove dà vini monovitigno di diversa qualità, alcuni frizzanti, in qualche caso fini e vivaci, ed è assemblato con la più morbida Croatina. E’ meno presente in Franciacorta e s’incontra in un mare di vini da tavola base.
E’ assai diffusa, e mescolata anche qui con Bonarda, a Sud-Est del Piemonte nei Colli Piacentini.
Assemblata alla Bonarda anche in Val Tidone nella D.O.C. Gutturnio rosso ed è coltivata nei Colli Bolognesi e di Parma, dove produce qualche vino monovitigno che raramente ha la concentrazione dei migliori prodotti del Piemonte.
In Italia centrale è una componente secondaria dei tagli con varietà autoctone, senza però apportare sempre un’acidità utile, come si vorrebbe nel sud. Presente anche in Sardegna, dove secondo alcuni l’uva Perricone o Pignatello è in realtà Barbera.
|
 
|

* Superficie vitata stimata nel 1990 circa 5200 ettari.
Vitigno certamente sensibile alle condizioni geografiche, dà alcuni dei vini più fini e longevi del mondo, che presentano veste molto profonda, hanno tannini e acidità elevati da giovani ma possono trasformarsi con anni di bottiglia in vini dai profumi molto seducenti, con un bouquet che va dal goudron alle violette alle rose.
Il Nebbiolo è uva autoctona e pressochè limitata al Piemonte, dove regna sovrano in un regno di varietà tipiche. Si hanno notizie del vitigno già dal XIV secolo e prende probabilmente il suo nome dalla nebbia frequente in Piemonte ad ottobre durante la vendemmia. Nonostante le grandi potenzialità e i risultati d’elevatissimo pregio non rappresenta quantità importanti per l’industria vinicola italiana. Persino nella sua regione di provenienza è confinato in poche zone scelte e rappresenta il 3% della produzione totale della regione.
Matura costantemente tardi, con vendemmie che superano regolarmente la metà d’ottobre, e che occupa pertanto i pendii con le migliori esposizioni, da Sud a Sud Ovest. Decisamente importante anche il terreno in cui cresce il vitigno, ha dato i migliori risultati solo sulle marne calcaree a Nord e a Sud d’Alba, sulla riva destra del fiume Tanaro, rispettivamente a Barbaresco e Barolo. In queste zone si sono raggiunti prodotti con complessità aromatica, pienezza di gusto che bilancia l’acidità relativamente alta e i tannini consistenti che non mancano mai. I vini prodotti nella più estesa zona del Langhe Nebbiolo e anche del più circoscritto Nebbiolo d’Alba sono molto meno intensi e longevi di quelli grandi e molto variegati dei singoli vigneti di Barolo e Barbaresco. Piantato sui terreni più sabbiosi del Roero sulla riva sinistra del Tanaro, il Nebbiolo è particolarmente leggero e morbido.
Buoni Nebbioli si producono anche sulla riva sinistra e destra del fiume Sesia, chiamata Boca, Bramaterra, Fara, Gattinara, Ghemme, Lessona e Sizzano, dove il vitigno è chiamato Spanna e di solito è mescolato con le più morbide uve Vespolina e/o Bonarda. Presente anche nella zona del Carema e nel Donnaz. In Valtellina è prodotta in discrete quantità ed è chiamata Chiavennasca.
Del Nebbiolo sono stati identificati tre cloni: Michet, Lampia e Rosè. L’ultimo clone va’ scomparendo per la bassa qualità dei vini prodotti, il Michet è una forma di Lampia colpita da virosi che dà basse rese ed esprime aromi e gusto particolarmente intensi, ma non si adatta a tutti i terreni. Molti produttori preferiscono affidarsi ad un’accurata selezione di massa nelle loro vigne anziché giocarsi il futuro su di un unico clone.
Il Nebbiolo fa parte del “cocktail” Franciacorta per la varietà Terre di Franciacorta Rosso
|
 
|

* Superficie stimata in ettari coltivata a merlot 163.000ha divisa tra Italia e Francia
Detto anche Merlot Noir, è un vitigno d’origine francese conosciuto già nel 1784 e di provenienza dalla regione di Saint-Emilion (Francia Sud-occidentale). E’ l’uva più coltivata nel Bordeaux e in diverse regioni italiane e in misura minore in tutte le zone vinicole del mondo.
I suoi aromi spaziano da quelli opulenti di prugna e panfrutto dei Saint-Emilion a variazioni più fini sul tema Cabernet, ma ha generalmente una struttura meno tannica e corpo più pieno.
Il Merlot ha, in generale nelle produzioni mondiali, il ruolo di compagno inseparabile del più aristocratico Cabernet Sauvignon.
Rappresenta una valida assicurazione viticola in climi più rigidi, in quanto germoglia, fiorisce e matura almeno un settimana prima del cabernet Sauvignoun anche se questa precocità lo espone al pericolo delle gelate che danneggiano le bacche (come nella regione del Bordeaux nel 1991).
Il merlot non è vigoroso come il Cabernet Sauvignoun, ma i grappoli spargoli d’acini più grossi, con buccia più sottile, sono molto soggetti a marciume ed è anche più sensibile agli attacchi della Peronospora. Si adatta molto meglio del Cabernet Sauvignoun a terreni umidi e freddi che conservano bene l’umidità e permettono alle uve di svilupparsi completamente. In terreni molto ben drenati le estati secche possono inficiare lo sviluppo delle uve.
Per le zone che presentano un clima più freddo il merlot è facilitato nella maturazione e tende a dare rese un po’ più alte.
Non stupisce, quindi, la scelta fatta in ampie zone dell’Italia settentrionale vitata a Merlot (nel 1990 in Italia 30.000 ettari) in particolare nel nord-est spesso accanto al Cabernet Franc.
La produzione annua nella zona del Grave del Friuli e del Piave raggiunge i 100.000 ettolitri.
In Friuli, dove il Merlot dà risultati migliori del Cabernet, esiste una strada del Merlot che percorre il fiume Isonzo con vocazione prevalentemente turistica.
In generale, non ci si aspetta molto dalle grandi quantità di Merlot appena fruttato dell’Italia settentrionale, anche se sforzi sono profusi (in particolare in Franciacorta) per migliorare la produzione. Nelle tipologie Terre di Franciacorta D.O.C. il Merlot è utilizzato sempre in uvaggi con Cabernet Franc e Pinot Nero.
|
 
|

* Superficie vitata nel 1990 circa 3.500 ettari
Vitigno d’origine francese, rappresenta la grande uva rossa della Borgogna. Vitigno che esige sia dal viticoltore sia dal vinificatore. I vini ottenuti sono notevolmente più interessanti in gioventù ed evolvono più rapidamente, anche se il declino dei migliori è lento.
Da giovane il Pinot Nero presenta sentori di lamponi, fragola, ciliegia e violetta, mentre con gli anni acquista note più speziate fino ad assumere aromi animali dopo molti anni in bottiglia. Esistono ben 46 cloni di Pinot Nero, questo permette di scegliere il clone migliore o più adatto alle condizioni pedoclimatiche. Il vitigno tende a germogliare precocemente, il che lo espone alle gelate primaverili e alla colatura, è quindi incompatibile con le terre umide e fredde della pianura.
Le rese sono in generale basse anche se diversi cloni hanno dimostrato il contrario.
La vite è soggetta in percentuale più alta d’altri vitigni alla peronospora e allo oidio, a marciume e a virosi.
Il Pinot Nero produce i vini migliori se piantato su terreni calcarei e in climi relativamente freddi, dove quest’uva precoce non raggiunge la maturità troppo rapidamente, perdendo aromi e acidità.
Può essere difficile da vinificare e richiede un controllo costante e un uso accorto delle tecniche in base alle esigenze di ciascuna annata. Il segreto sta nell’estrarre colore e aromi ma non troppo tannino dalle uve a buccia piuttosto sottile, anche se nelle annate morbide si utilizzano talvolta i raspi in fermentazione temendo che i livelli tannici siano pericolosamente bassi.
Diffuso nel nord-est d’Italia e in Lombardia dove rappresenta la base per la produzione di spumanti e di notevoli rossi.
|
 
|

* Superficie coltivata in Italia (stima 1990 circa 7000 ettari)
Vitigno d’origine francese largamente coltivato. Deriva da una mutazione del Pinot Grigio (osservata in Borgogna verso la fine dell’Ottocento) che a sua volta deriva dal Pinot Nero.
E’ presente nel Nord-Est dell’Italia, in Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli e Lombardia, in Alsazia e in tutta l’Europa centrale.
I vini ottenuti da quest’uva non sono longevi e non presentano particolari aromi penetranti, i suoi profumi sono sfumati ma hanno corpo abbastanza pieno.
Oggi la roccaforte di questo vitigno è senza dubbio l’Alsazia, anche se meno importante d’altre uve li coltivate (Riesling, Gewurztraminer, Silvaner). E’ apprezzato per l’evidente somiglianza con lo Chardonnay celebre in tutto il mondo e per la capacità di accumulare zucchero nelle uve mature anche con rese relativamente alte. E’ abbastanza popolare in Italia come bianco secco con forte acidità, leggermente frizzante e non aromatico. In Lombardia l’elevata acidità e gli aromi tenui sono particolarmente apprezzati per la produzione di spumanti. In Austria si sono ottenuti i migliori risultati da questa bacca chiamata Weissburgunder, presenta sentore di mandorla, grado alcolico piuttosto alto e longevità notevolmente elevata.
|
 
|

* Superficie vitata nel 1990 circa 3.500 ettari
Vite notevolmente diffusa che dà vini morbidi dagli aromi tenui, più ricchi di sostanza e colore di gran parte dei bianchi, risultato notevolmente annunciato da quella che sembra la mutazione più interessante del Pinot Nero.
Le uve Pinot Grigio hanno colore tra il blu grigiastro e il rosa brunastro spesso presenti entrambi nello stesso grappolo. In vigna la vite può essere scambiata per Pinot Nero con gran facilità poiché le foglie sono identiche e gli acini sono spesso simili.
Presente in Italia in maggioranza nel nord-est e soprattutto in Friuli, dove produce alcuni dei vini più reputati del Collio nonché, purtroppo, una notevole quantità di vino bianco secco alquanto anonimo, povero d’aromi e con una grand’acidità.
In Italia si vendemmia con una certa rapidità in modo da non perdere l’acidità tipica di quest’uva. E’ molto presente in Lombardia dove è monopolizzata per la creazione di spumanti, prodotta anche in Emilia-Romagna e in Alto Adige.
|
 
|

* Superficie vitata nel 1990 circa 3.500 ettari
Uva tra le più note al mondo, non conosce altri sinonimi. Il livello alcolico relativamente elevato del vino, che sovente può lasciare una sensazione di lieve dolcezza, ha probabilmente contribuito ad accrescere la sua popolarità, come l’ovvio richiamo del rovere usato molto spesso per produrlo. Le componenti aromatiche di quest’uva sono tantissime e l’opera di catalogazione è di difficile realizzazione. Sono comunque state individuati aromi di lamponi, vaniglia, frutti tropicali, pesche, pomodori, tabacco, tè e petali di rosa. Di questo vitigno si apprezza la facilità con cui si possono ricavare rese alte anche con climi differenti.
Per contro la qualità del vino è fortemente compromessa da rese superiori a 80 ettolitri su ettaro, per ottenere vino di grande qualità bisogna limitare la produzione a 30hl/ha o meno. L’unica limitazione di questo vitigno è che germoglia abbastanza presto, subito dopo il pinot nero, con conseguente, regolare rischio di gelate primaverili per vigne poste a nord (champagne e Chablis). La vendemmia è cruciale poichè può rapidamente perdere la sua acidità. I produttori amano la sua maturità regolarmente buona e la sua flessibilità, lo si può vinificare in diversi modi con risultati sempre buoni o ottimi.
Ingrediente essenziale in gran parte degli spumanti del mondo dimostrando la sua capacità di invecchiare in bottiglia anche quando è vendemmiato precocemente. Se lo si vendemmia tardi ha dimostrato di saper produrre vini dolci degni di lode da uva attaccate da marciume nobile.
Lo chardonnay di viti giovani o da vitigni troppo produttivi può risultare un po’ acquoso. Così come il pinot nero molto del suo corpo e degli aromi dipendono dalla vigna in cui cresce. Quando il vigneto è nel posto giusto, le rese non sono eccessive, l’acidità non troppo bassa e la tecnica di vinificazione efficiente, quest’uva può dare vini che continuano a migliorare in bottiglia per uno, due e a volte tre decenni.
Le origini di questo vitigno sono oscure, esistono moltissimi cloni ed anche una rara mutazione detta Chardonnay Rosè, nonche uno Chardonnay bianco Musque .
Inutile dire che è l’ingrediente base per la produzione Franciacorta D.O.C.G. di Brut, Saten , extrabrut ecc…
|
|